Editoria culinaria
A cura di Saverio Mazzacane

foglia d'argento e catrame - Antonio Sarto
Amori e Mangiari Arabo-Siculi
A cura di Saverio Mazzacane
AMORI E MANGIARI ARABO-SICULI
Nella Sicilia dell’XI secolo, all’epoca della dominazione normanna, il principe arabo Omar Ibn Khalid è accusato di tradimento e condannato a morte. Per salvarlo, sua sorella Yasmina non ha altra scelta che quella di conquistare il cuore del conte Ruggero I d’Altavilla, sovrano dell’isola.
Yasmina è una donna bellissima e non le è difficile esercitare con successo l’arte della seduzione. Approfitta dell’arrivo di Ruggero nel suo sontuoso palazzo palermitano color del burro per raccontargli una bella storia d’amore materno e per servirgli una cena prelibata. Ma Ruggero è un osso duro: attento a non farsi rapire da quegli occhi celestiali, interessato piuttosto alla verginità dell’interlocutrice, risoluto a giustiziare senza pietà il di lei fratello. Ma ecco che le pietanze si susseguono, in un miscuglio esaltante di odori e sapori : una zuppetta di fave per cominciare, poi le arancine di riso, i ravioli di ricotta, le polpette di melanzane, una frittata di sarde, il bianco mangiare, dei dolci di pasta di mandorle. Ruggero ascolta la storia che Yasmina gli racconta e mangia, mangia di tutto, golosamente, senza mai fermarsi: già alla fine di quella prima cena egli vacilla, non ha più le certezze di qualche ora prima, il pensiero di quella donna seducente gli invade il cervello.
Seguiranno altre sei cene e altrettanti fascinosi racconti ispirati al sentimento d’amore.
Yasmina sa che Ruggero non le resisterà e intanto ordina ai suoi camerieri di servire ogni volta al conte i piatti più squisiti della tradizione araba che sua madre le ha insegnato: involtini di pesce spada, pasta con i ricci di mare, con le sarde, sarde a beccafico, spaghetti alla bottarga di tonno, triglie all’arancia, caponata di melanzane, cannoli di ricotta, cassate, granite di limone, di gelsi e mandorle e tanto altro ancora.
Ruggero è travolto dalle parole e dai piatti. Sempre più confuso, trascinato dai sentimenti e dal palato, si arrende un po’ alla volta alla bellezza di quegli occhi blu. Alla settima cena è uno straccio d’uomo, ormai innamorato come un adolescente, incapace di tener fede ai propositi iniziali. Non diremo se egli coglierà quel frutto ancor più prelibato dei cibi già gustati, ma per il momento il lettore di queste note si accontenti di sapere che il principe Omar ha salva la pelle. Yasmina ha vinto e con lei l’amore, il cibo, la vita.
I due autori, una pubblicista siciliana e un giallista francese innamorato della Sicilia, ci hanno raccontato una bella storia piena di storie e di ricette (cinquanta per la precisione) e, quindi, uno spaccato sulle antiche tradizioni culinarie palermitane, ricche dei profumi e del sole di Arabia. Tutti quei piatti che abbiamo citato e i tanti altri che, per ragioni di spazio, abbiano omesso costituiscono oggi il “corpus” della cucina dell’isola, ma hanno, chi più chi meno, rivisitazioni a parte, un’ascendenza araba, a sottolineare - lo scrivono gli autori nella nota finale- come in altre epoche anche molto remote l’incontro fra civiltà diverse si realizzasse non necessariamente sul terreno del conflitto, ma su quello dello scambio reciproco e fecondo.
Resta da segnalare – e il particolare non è da poco – che il libro è impreziosito dalla bella prefazione di Andrea Camilleri.
"Alla tavola di Yasmina. Sette storie e cinquanta ricette di Sicilia al profumo di Arabia”, di Maruzza Loria e Serge Quadruppani, prefazione di Andrea Camilleri, Mondadori 2006, euro 10,60.
C come Cibo - C come Cultura
A cura di Saverio Mazzacane
C COME CIBO, C COME CULTURA
Un tempo esistevano soltanto i ricettari, quei vecchi, cari libroni che riempivano lo scaffale in alto della cucina.L’Artusi, il Guerrini, testi ormai remoti, scritti in un italiano che non parliamo più, ma sempre rieditati a dimostrazione di una fortuna senza tempo. Poi, soprattutto dagli anni sessanta del novecento, i libri di ricette si sono moltiplicati, ne sono stati pubblicati a centinaia, di qualsiasi formato, generalisti o specialistici, fino ai più recenti, di cucina naturale, etnica o internazionale. Oggi, però, nell’universo dell’editoria gastronomica c’è molto di più. Tanti editori hanno lanciato collane di genere e le librerie riservano ai testi di gastronomia spazi sempre più ampi perché – ci hanno spiegato- la cucina non è solo un’arte come abbiamo sempre pensato, ma è anche una scienza e come tale va analizzata e studiata ( anche nelle università), nei suoi diversi aspetti come nelle sue implicazioni.. Insomma, abbiamo capito finalmente che il far da mangiare rappresenta un fenomeno culturale fra i più interessanti del nostro tempo, tanto più che si mescola e si confonde con la storia dei luoghi, con la geografia, con le tradizioni del territorio. Di più, il diffondersi di una bella idea: partire dal cibo, dalla tavola, per comprendere meglio chi siamo e come sono gli altri, per allargare gli spazi di convivialità e socialità, migliorando la qualità delle nostre relazioni e della nostra vita.
Il percorso che vogliamo seguire, in queste note su “culinaria ed editoria”, si sviluppa intorno ad alcuni testi che ci sono piaciuti molto sia per la ricchezza dei temi che vi si trovano, sia per una sorta di filosofia del cibo e del vivere che sentiamo nostra. Con l’avvertenza – doverosa- che l’elenco sotto riportato non è affatto esaustivo dell’argomento, riflettendo piuttosto una scelta personale e quindi i gusti e il sentire di chi l’ha fatta.
Per cominciare, un grande editore come Laterza, nella sua collana economica, propone : “Il cibo come cultura”, di Massimo Montanari (2006, euro 7), e “La cucina italiana. Storia di una cultura”, di A. Capotti e M. Montanari (2005, euro 9.50). Due libri “dotti”, di grande ampiezza prospettica ma al tempo stesso di agevole lettura. Nel primo, l’autore, docente di Storia medievale e Storia dell’alimentazione all’Università di Bologna, rappresenta la dimensione culturale dell’arte culinaria, come risulta, in estrema sintesi, dalle parole della controcopertina: “ Il cibo è cultura perché ha inventato e trasformato il mondo. E’ cultura quando si produce, quando si prepara, quando si consuma. E’ il frutto della nostra identità e uno strumento per esprimerla e comunicarla”. Il secondo libro è, invece, un affascinante viaggio nel tempo, alla ricerca delle origini e dell’evoluzione della cucina italiana, che ci racconta, in fin dei conti, il nostro modo di essere. Si legge nell’incipit dell’introduzione: “L’Italia delle cento città e dei mille campanili è anche l’Italia delle cento cucine e delle mille ricette.”
Ancora Laterza ci consente la lettura di un testo ormai classico, a noi molto caro : “Slow-food”, di Carlo Petrini (2003, euro 7), in cui si racconta l’avvio e l’ascesa dell’omonimo movimento, ormai fenomeno di non piccole dimensioni. Questo è soprattutto, come ha scritto argutamente Folco Portinari su “La Stampa”, un manuale di sopravvivenza umana, perché vuole combattere contro la follia universale della Fast life, contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia.
Andiamo avanti. A noi piacciono tanto i libri di Davide Paolini, acuto critico gastronomico de “Il Sole 24 ore”, che pubblica con Sperling&Kupfer. “Il mestiere del gastronauta” (2005, euro 16), con, in controcopertina, la “carta del gastronauta” ( “ Il cibo è cultura con la c maiuscola. E’ un sistema frutto della grammatica e dei segni del territorio.”) e, soprattutto, “La geografia emozionale del gastronauta” ( 2006, euro 16), libro godibilissimo che mescola il fascino del cibo con quello, antichissimo, del viaggio. Dalla bussola del gastronauta stralciamo qualche chicca e un paio di consigli al navigante curioso.
“Il turista trova, il gastronauta cerca. La libertà di cercare porta alle sorprese, alle scoperte, al piacere del nuovo.” E ancora : “Lascia perdere i musei: sono il passato. Il cibo è cultura quanto la letteratura, la poesia, l’arte, la pittura, la scultura.” Infine una calda raccomandazione : “ Frequenta al mattino presto i mercati, i negozi, i magazzini. E’ qui che si manifesta la vita del posto di cui vuoi carpire i segreti.”. ( Divino, ndr).
Un’altra casa editrice che di recente si è molto distinta per la vivacità e la freschezza delle sue proposte è Ponte alle Grazie, che ha lanciato “ Il lettore goloso”, una collana diretta dal giornalista eno-gastronomico Allan Bay. Davvero gradevoli i libri dell’americana Ruth Reichl, per anni critico gastronomico del New York Times, “Confortatemi con le mele” e “Aglio e zaffiri”, entrambi pubblicati nel 2005 ( 15 euro l’uno). Lo stesso Allan Bay, con Feltrinelli, ha mandato alle stampe
“Cuochi si diventa”, opera in due volumi (il primo del 2003, il secondo del 2004, entrambi a 15 euro) e “ 77 ricette perfette” (2006, 14 euro), oltre a “Le ricette degli altri. Scorribanda fra i piatti e i sapori di tutto il mondo” (2005, 15 euro). Quest’ultimo libro, in particolare, riassume la filosofia dell’autore, che mostra di non amare molto la cucina classica tradizionale, preferendo ad essa, e di gran lunga, l’arte della rielaborazione anche attraverso la contaminazione e l’incontro con le altre culture.
Ma qui, ce ne rendiamo conto, la prospettiva si fa vasta, aprendosi a una serie di argomentazioni che rimandano direttamente a temi sempre più urgenti e di grande portata (globalizzazione fusione integrazione eccetera). Allora è meglio differire ad altra occasione e per il momento prendere congedo.
Cucina Ebraica
Gli ebrei e la cucina veneziana.
Anche a Venezia come da moltissime altre parti gli ebrei se la sono passata male in tanti momenti della loro storia. Arrivati in laguna in buon numero dopo l’anno mille, si stabiliscono dapprima alla Giudecca (nome che rimanda direttamente alla parola “giudeo”) dove, pur minacciati costantemente di espulsione, concentrano ed espandono le loro attività mercantili. Il 29 marzo del 1516 le autorità della Serenissima creano il Ghetto - parola che allude ad una vecchia fonderia che tutti chiamano gito (e che poi, appunto, diventerà ghetto) – quartiere della città dotato di porte che al tramonto vengono sprangate, cosi’ da trasformarsi, per tutta la comunità ebraica, in un disperante e oppressivo domicilio coatto. A metà del secolo successivo gli ebrei sono quasi cinquemila, poi si ridurranno di oltre tremila unità alla fine del 700; ma quel che risalta non è la loro consistenza numerica quanto l’ampio ventaglio di attività culturali, produttive e commerciali di cui essi sono protagonisti. E lo sono a tal punto da suscitare il rifiuto della classe dirigente veneziana, che con fare spiccio e brutale li bolla come forestieri ed impedisce loro, per buona parte del XVIII secolo, di esercitare l’industria, di commerciare in granaglie e in altri generi alimentari, di impiegare personale subordinato cristiano. Bisognerà quindi attendere la campagna italiana di Napoleone Bonaparte perché possa essere proclamata finalmente l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Il 16 maggio del 1797 le truppe francesi entrano a Venezia e il 10 luglio viene innalzato un albero della libertà nel Ghetto nuovo (cioè nella piazza principale del quartiere) fra il tripudio dei cittadini di origine e religione ebraica che festeggiano così – danzando e cantando- la distruzione e l’incendio delle porte della loro prigione. Il Ghetto non è più un luogo di reclusione, dopo duecentottantuno anni e tre mesi.
Di lì in avanti la comunità ebraica si sparpaglia per la città e se nel Ghetto rimangono i più poveri altre famiglie, come i Fianchetti, i Luzzati, i Treves, i Levi, i Levi Morenas, i Vidal, salgono rapidamente la scala sociale, diventano protagoniste della politica (basterà ricordare il contributo offerto all’insurrezione anti-austriaca del 1848-49), accumulano cospicue fortune, acquistano sontuosi palazzi sul Canal Grande.
La cucina veneziana dunque è anche una cucina ebraica grazie all’incrocio di usi ed ingredienti il più delle volte di elementare semplicità: circostanza che già in altra occasione, in questo stesso sito, avevamo considerato peculiare della culinaria di Venezia e dintorni. Anzi, se oggi risulta particolarmente ardua l’operazione di distinguere la genesi veneto-cristiana o veneto-ebraica di alcune preparazioni tipiche, al contempo non deve sorprendere che molte e famose ricette ancora attuali -e significative più di altre della gastronomia lagunare- rientrano anche nella tradizione ebraica. A confermarlo si legga un testo ormai classico, “La cucina nella tradizione ebraica”, di Giuliana Ascoli Vitali-Norsa. L’autrice individua una serie di piatti ebraici di derivazione veneta o specificamente veneziana fra i quali spiccano - udite, udite- i risi e bisi, il riso con le verze, i bigoli in salsa, la polenta pasticciata, le sarde in saor, le sogliole marinate, i ciccioli, il prosciutto e il petto d’oca, la luganega, la purea di zucca e la frittata di spinaci. Tutte pietanze rigorosamente kasher, cioè conformi alle prescrizioni del Pentateuco che disciplinano divieti, incroci e abbinamenti alimentari. Gli storici della cucina veneziana concordano. Giampiero Rorato, nel suo “La grande cucina veneziana. Ricette, storia e cultura della cucina di Venezia”, aggiunge ad alcuni fra i piatti appena citati, in un capitolo dedicato alla cucina degli ebrei, il saporito baccalà in umido, le carote alla giudia (con uova, uva sultanina e aceto) e il famoso frisinal, opulento pasticcio di maccheroni di cui si conoscono due versioni, una con verdure e formaggio, l’altra con carne. Allo stesso modo Giuseppe Maffioli, che ci fornisce fra le altre le ricette dei risi con uette, delle polpettine de pesse, delle sardele spinae o coi fenoci, del brodetto de barboni, della sopa de pesse spinà a l’ebraica, del polpeton de carne o de polastro o de anara, eccetera eccetera.
Cucina popolare, dunque. Semplice e saporita, ricca come tutte le cucine fondamentalmente familiari, il cui ricettario, sempre ancorato alla tradizione religiosa, si è tramandato oralmente, di casa in casa, generazione dopo generazione.
Non delude neppure l’arte della pasticceria. Maria Agostini vi dedica un’agile libriccino con testo a fronte in inglese – “Dolci ebraici della tradizione veneziana- Jewish cakes in the Venitian tradition – nel quale elenca un gran numero di preparazioni legate originariamente alle feste della tradizione ebraica, ma poi diffusesi anche in altri periodi dell’anno. Il capodanno civile ebraico (la festività di Rosh ha Shanà), per esempio, è degnamente celebrato dalla torta al miele o dallo strudel di mele; la festa di Purim (o della sorte) è festeggiata con croccanti frittelle o con le “orecchie di Hamman”, simili ai nostri galani; la ricorrenza di Sukkot (o del raccolto) con il “bolo” di origine sefardita, un dolce con frutta candita e uva sultanina.
La Pasqua (“Pesach”) poi si trasforma in un autentico trionfo di leccornie: dai pasticcini al cocco, ai biscotti chiamati àpere, al tortiglione, una sorta di spirale di sfoglia riempito di mandorle tritate, fino alla torta a base di pan di spagna e di cacao amaro, con noci e mandorle (appunto la torta di Pesach) e al famoso “haroseth”, un dolce di mele e pere preparato anche a Padova, come pure gli arancini canditi e i mustacchioni.
I libri citati in questo articolo.:
“La cucina nella tradizione ebraica”, a cura di Giuliana Ascoli Vitali-Norsa, Giuntina 1995, in ristampa, euro 19,63.
“La grande cucina veneziana: Ricette, storia e cultura della cucina di Venezia.”, di Giampiero Rorato. Dario de Bastiani editore, 2003, euro 22.
“La cucina veneziana”, di Giuseppe Maffioli. Franco Muzzio editore, 1987, non più disponibile.
“Dolci ebraici della tradizione veneziana – Jewish cakes in the Venitian tradition”, di Maria Agostini. Filippi editore, 1999, euro 10.
Quando gli stranieri...
Quando gli stranieri parlano di noi
L’Italia vista con altri occhi. Quelli degli stranieri. Che ci studiano e ci “pesano”, passando alla lente di ingrandimento questa o quella manifestazione della cultura o del costume nazionali. E’ il caso di due ponderosi libri di storia e cultura
astronomica scritti da studiosi che ci conoscono bene e (forse) ci amano, tanto da offrirci a mò di tributo un ritratto approfondito e veritiero del nostro modo di essere.
John Dickie, storico e giornalista, professore di Studi italiani all’University College of London, già noto per aver scritto “Cosa nostra. Storia della mafia siciliana”, un saggio che ha ricevuto critiche entusiastiche (per Massimo Carlotto il miglior libro scritto sull’argomento), ha mandato alle stampe per Laterza “Con gusto. Storia degli italiani a tavola”, un ricco volume che è, ad un tempo, una storia della cucina italiana e una storia d’ Italia attraverso la cucina. L’autore, già dalle prime righe, afferma una tesi che forse dispiacerà ai cantori della civiltà contadina e ai pubblicitari di più o meno vecchi mulini, impegnati a rappresentare un’idilliaca atmosfera forse mai esistita. Senza perifrasi Dickie sostiene infatti che la (migliore) cucina italiana è fondamentalmente una cucina cittadina. L’affermazione non deve sorprendere se pensiamo alla formazione della nostra cultura e allo sviluppo delle città: le invidiabili abitudini culinarie degli Italiani rappresentano, secondo l’autore, un elemento della ricca tradizione di vita urbana che abbiamo nel corso dei secoli consolidata. Noi mangiamo bene perché la cucina rispecchia il sentimento delle origini e dell’identità nazionale: e appunto dove, se non nelle città, nelle cento città d’Italia, tali legami si sono forgiati e rafforzati? Altro che mito contadino. Anzi, diciamola tutta: fino alla metà del XX secolo la gente delle campagne mangiava malissimo, e tante inchieste e documenti sono lì, impietose, ad attestarlo. Certo, la dieta era genuina, ma anche estremamente scarna, piena per lo più di verdure e ortaggi, senza dimenticare che il pane veniva prodotto con cereali di qualità inferiore. “Aglio, cipolla, porri puzzavano di povertà”. Tutti gli altri prodotti erano costosi, quindi inavvicinabili: il contadino ne faceva a meno.
Le città erano più ricche e quindi la tavola si riempiva di piatti e ingredienti più vari, talora abbondanti e prelibati. Non è un caso che molti di essi siano noti da sempre attraverso un esplicito riferimento, nella denominazione, alla città d’origine: bistecca alla fiorentina, prosciutto di Parma, saltimbocca alla romana, risotto alla milanese, pesto alla genovese, olive ascolane eccetera.
L’autore conforta la sua tesi raccontandoci la storia e molte storie. Il libro è diviso in sei parti – la tavola medievale; il Rinascimento; cibo di strada; cibo per la nuova nazione; fascisti in cucina; la terra dell’abbondanza - , ognuna delle quali ci racconta alcune città e gli eventi che vi accaddero, l’origine delle tradizioni culinarie, la storia dei piatti e centinaia di aneddoti.
Un’altra accademica, la russa Elena Kostioukovitch, scrive (e si chiede) “Perché agli italiani piace parlare del cibo”, in libreria da Sperling&Kupfer; e il sottotitolo – “Un itinerario tra storia, cultura e costume”- chiarisce che qui la prospettiva è quella di descrivere, quasi fotografare, un Paese intero e le sue molte anime.
Da noi in Italia, riflette l’autrice, in qualsiasi ambiente ci si trovi, basta nominare un piatto perché si scateni un diluvio dialettico: chi ne elenca gli ingredienti, chi ne propone una variante, chi ne fa pretesto per raccontare una storia o un aneddoto. In nessun altro luogo come in Italia parlare di cibo equivale a celebrare un rito, a pronunciare una formula magica. E tutto trasversalmente, senza distinzioni di strato sociale, attraverso un linguaggio aperto, entusiasta, democratico.
Anche questo volume è pieno di cose che invitano ad una lettura golosa: fatti, curiosità, narrazioni, che ci illuminano sulla storia, sul paesaggio e sul codice culinario delle varie regioni italiane. Anche questo è un libro “dotto”, ma sempre fresco, godibile, capace di suscitare una riflessione ora immediata ora più approfondita. E’ anche un invito, questo libro: a guardare dentro le nostre abitudini e a riannodare i fili che ci legano al territorio e alla sua storia. Un invito che Umberto Eco, nella sua prefazione, non manca di cogliere quando scrive che, davanti alla descrizione delle nostre diverse culture gastronomiche fatta da uno straniero(a), gli stessi italiani scoprono un Paese che avevano (forse) in gran parte dimenticato.
I libri recensiti in questo articolo:
Jonh Dickie, “Con gusto. Storia degli italiani a tavola.",Laterza, 2007, euro 20.
Elena Kostioukovitch, “Perché agli italiani piace parlare del cibo. Un itinerario tra storia, cultura e costume.", Sperling&Kupfer, 2006, euro 22.
Veneto in Tavola
TERRA FERMA, TERRA RICCA.
TRIVENETO FRA TAVOLE E SCAFFALI
Terraferma è una giovane casa editrice che nasce a Vicenza nel 1999. Da un paio d’anni alle pubblicazioni disaggistica, arte e turismo, originarie aree di interesse editoriale, si è aggiunta una ricca produzione di volumi eguide enogastronomiche corredata anche dall’organizzazione di eventi, laboratori di degustazione e corsi di aggiornamento per tutti coloro che vogliono vivere con passione la civiltà del bere e del mangiare.
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Le tradizioni culinarie del Veneto (con qualche allargamento al Trentino e al Friuli) e i prodotti del territorio costituiscono l’oggetto di tutte le pubblicazioni di Terraferma. I titoli sono già numerosissimi e in qualche modo accattivanti, soprattutto quando sono dedicati a prodotti magari poco conosciuti, ma non per questo meno significativi delle straordinarie risorse della nostra terra. Che il grande pubblico conosca (e apprezzi) il baccalà alla vicentina o il radicchio trevigiano o la ciliegia di Marostica non è un mistero; ma alzi la mano chi, fuori dalle zone di produzione, sa qualcosa – e qui il noccioliamo qualche titolo – di chicche gastronomiche come “ Il broccolo fiolaro di Creazzo” o “I fagioli della Val Posina” o, ancora, “Il mais di Marano”.
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Un’altra chiave di lettura della produzione editoriale di Terraferma è rappresentata dal taglio storico di molte pubblicazioni. Il piacere di proporre i piatti del territorio e le produzioni locali nasce spesso dalla ricostruzione delle tradizioni, sia contadine che borghesi, curata da un team di gastronomi,
giornalisti e cuochi di valore. Ci piace citare, un po’ alla rinfusa, “ Veneto in tavola” ( una summa con più di 150 ricette), “La cucina di tradizione vicentina”, “Polenta. Storia, storie e una piccola antologia”, “ Desco. L’arte della tavola dagli albori a oggi”, “La sopressa e i salami vicentini. Storie, prodotti e ricette”, “ Dolci e pani del Veneto. Storie e ricette dalla Serenissima alla Mitteleuropea” e, ancora, i volumi sugli animali da cortile nella tradizione gastronomica padovana e vicentina.
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Ricettari di ristoranti di qualità e guide enogastronomiche. Nonmancano. Ricca e precisa la“ Nord-est a tavola 2007 “, un bellissimo viaggio fra ristoranti, trattorie, osterie ed enoteche che parte dal Trentino Alto
Adige e si snoda attraverso il Veneto e il Friuli. Da segnalare in questo volume i consigli d’autore di alcuni esperti ( tra i quali Arrigo Cipriani), ognuno dei quali “benedice” tre locali in cui sostare. A giorni, poi, dovrebbe arrivare in libreria “ Friuli da bere 2008. Viaggio nei territori:le aziende, i vini, i prezzi”, una guida a cura di Francesco Antonini, che aggiorna l’apprezzata edizione dell’anno in corso. E sempre a proposito del bere, non dimentichiamo altri due titoli : ” Sulle strade dei vini vicentini. Di vino in villa: il territorio, le vigne, le cantine” e “Grappe e distillati. Distillerie, etichette storiche, acque minerali, ricette e cocktail”.
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Ultima, piccola, importantissima nota.
E’ uscito da qualche giorno un libro dedicato a Giuseppe Maffioli, che illustra le opere, le ricette e viaggi di un ghiottone internazionale , un omaggio a uno straordinario personaggio, uomo di spettacolo, critico gastronomico e finissimo storico della culinaria veneta.
Venezia in Cucina
CUCINA VENEZIANA. UNA STORIA.
Cucina di fusion si dice oggi, a significare che la contaminazione di ingredienti appartenenti a tradizioni diverse rappresenta la nuova frontiera della gastronomia, in uno sforzo di superare le preparazioni convenzionali ( e le divisioni, le distanze…) o addirittura di reinventare il modo di fare cucina. Ma per Venezia tutto questo non è una novità, Venezia sarà forse una vecchia signora decaduta, però in questo caso specchiarsi nel passato ci serve per capire che il melting pot di oggi è, almeno in laguna, il perpetuarsi di pratiche antichissime, che si fondono con la storia della città. Ce lo spiega Carla Coco, nell’introduzione del suo “Venezia in cucina”: erede della tradizione bizantina, l’arte culinaria lagunare è tra le prime ad avvicinarsi alle altre cucine del mondo, dalla musulmana alla francese e alla spagnola, fino, in tempi più recenti, a quella austro-ungarica. Gli incontri, straordinariamente proficui, nascono dalla relazioni con le popolazioni islamiche (la Serenissima fin dal XIII secolo ha ambasciate e comunità sparse nel vicino Oriente) o dalla convivenza con le minoranze straniere che si stabiliscono in città o, ancora, dal lavoro quotidiano dei molti schiavi impiegati in qualità di cuochi.
La gastronomia veneziana nasce dunque dalla mescolanza, è senz’altro, come la vita, l’arte dell’incontro, in un percorso in continuo divenire, che si realizza nei secoli attraverso combinazioni di materie prime e di piatti, influssi e seduzioni magiche, scambi e rimandi a culture altre. Un trionfo di spezie e droghe lontane, di zucchero, di cioccolata e di caffè, e poi le bevande all’anice e all’assenzio, il baccalà cucinato in mille modi, le pietanze ebraiche e quelle armene, mai dimenticando nelle più svariate preparazioni i sapori dell’orto e i grassi nostrani.
Per fortuna a Venezia i cuochi di talento non sono mai mancati. Soprattutto quelli fantasiosi, capaci di sperimentare ed innovare fino a strappare il plauso dei commensali, deliziati da piatti nuovi, prelibati, creati dall’accostamento fra i prodotti di qui e quelli importati. Prendiamo il baccalà, cui l’autrice dedica un capitolo fra i più interessanti. Questo pesce giunge dal Mare del Nord nel corso del 400 e in breve tempo rivoluziona le abitudini alimentari della città, diventandone un simbolo. Le ricette più antiche sono contenute in un poderoso volume di oltre 900 pagine -Opera di m. Bartolomeo Scappi, cuoco secreto di Papa Pio V, divisa in sei libri (Venezia 1570)-, a ragione apprezzato come la summa dell’arte culinaria rinascimentale di tutta la penisola. Questo grande chef – che designa il baccalà col nome femminile di merluccie – ci propone lo stoccafisso in potaggio, cioè in umido con olio, cipolle, agresto (un misto di aceto e uva acerba) e sapore di melangole (un succo di arance amare cotto con zucchero, ambra, polvere di garofani e cannella). Ma non finisce qui, perché l’estro dei cuochi è senza limiti e i piatti che si possono gustare nelle molte osterie della città lo dimostrano: il bacalà conzo, cioè condito, fatto a pezzetti e spolverizzato con aglio e prezzemolo tritati; il bacalà in rosada, che oggi chiamiamo mantecato, una crema vellutata, bianca e pastosa che viene servita su fette di polenta grigliata; il bacalà fritto e il bacalà in addobbo o in affetta, tranci marinati con succo di limone, semi di finocchio e prezzemolo, avvolti in carta stagnola e cotti sulla graticola. E’,insomma, una lista di piatti che si allunga di continuo, tanto che a metà dell’800 la cucina veneziana codifica trenta modi di cucinare questo gustosissimo pesce (e fra essi il piatto più sontuoso diventa lo speziato e succulento baccalà in sfoglia, detto alla cappuccina).
Questo è senz’altro un bel libro di storia della cucina veneziana. Agile, di gradevole lettura, trabocca di aneddoti e curiosità (una miniera…) ricavate da vecchi archivi e da una ricca bibliografia. Ogni capitolo ci illumina su un periodo della vita sociale, culturale ed economica della città e sulle sue prelibatezze culinarie. Dall’epoca delle spezie che perdura fino al Rinascimento, quando un cibo raffinato e sontuoso (pensate: i gusci delle ostriche si dorano con l’oro) incanta e travolge gli ospiti stranieri, si passa nel 600 all’influenza degli chef francesi e nel secolo successivo al trionfo dei Lumi e soprattutto della pasticceria e della cioccolata calda che si beve in tazza. Nel 1720 Floreano Francescani apre in San Marco il caffè “Alla Venezia trionfante”, che i veneziani chiameranno presto Florian dal nome del proprietario, luogo di frequentazione di Stendhal e Foscolo, di lord Byron e Francesco Guardi. Nascerà poi, verso la fine del secolo, anche il Quadri, altro “monumento” della piazza, a testimonianza della fortuna dei caffettieri che deliziano gli avventori con orzate e limonate, sorbetti duri e gelati. Presto il Caffè diventa centro di vita mondana, ritrovo di dame e cavalieri, ma anche di poeti e intellettuali liberali che qui tengono la redazione dei primi giornali.
L’Ottocento segna invece la tentazione dei gusti mitteleuropei di derivazione austro-ungarica e slava (la prima colazione si fa ora con i kraffen e con i chifel, delicate sfoglie di pasta lievitata con ripieno di marmellata), quindi lo sviluppo del turismo balneare d’elite, la costruzione dei grandi alberghi, l’affermarsi della cucina internazionale di impronta borghese. Ma Venezia, come sappiamo, ha tante anime e allora come dimenticare quella ebraica con la cucina del Ghetto, anch’essa fusion, ricca com’è di elementi sefarditi, importati dalla Spagna e dai Balcani, e di preparazioni di origine germanica, importate dagli ashkenaziti.
Sono i nostri giorni, infine, a chiudere la parabola, con questa globalizzazione imperante e un po’ indigesta, che vede, ahinoi, il trionfo della pizza al taglio e dei panini incellophanati sul vecchio cicheto. Ecco, arrivati in fondo, quasi dimenticavamo quest’altra perla della gastronomia veneziana, la gustosa e veloce cucina di strada, specchio dell’anima popolare della città, conforto da sempre di viandanti locali e foresti, forse oggi fra gli ultimi baluardi di una felicità semplice e antica.
Carla Coco, Venezia in cucina, editori Laterza, 2007, euro 16.